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Diario
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4 agosto 2015

BABBO NATALE NON C'E'

           

BABBO NATALE NON C’E’

“Babbo, Babbo”, sembrava una cantilena, un orologio a cucù che all’improvviso si manifesta, a ripetizione a scandire il ritmo di una richiesta incessante, con la sua vocina dolce, delicata e ingenua. Non chiamava il suo papà, quello naturale, ma il papà di tutti i bambini, quello che secondo le favole compare una volta all’anno lasciando un segno indelebile nella memoria dei piccoli, nelle case affollate di giochi e nelle tasche di genitori e parenti stretti, che per assaporare lo stupore e la meraviglia sono disposti a spendere cifre esorbitanti. Lo scopo unico è quello di  partecipare in prima linea alla felicità, quella che con il tempo sembra dissiparsi, ma che è così viva e carica di emozioni negli occhi di chi è l’esatta rappresentazione della leggerezza. Samuel aveva bisogno di Babbo Natale tutto l’anno, bramava l’incantesimo ripetuto per farlo divenire realtà, per poter sognare 365 giorni l’anno, tenendo viva la figura di quel pancione barbuto dall’aria allegra e appagata dal cibo, sorniona, se vogliamo, pronto a premiare i buoni. Un padre tutto sommato giusto, che elargisce doni gratificanti e frustrazioni immaginarie, perché poi alla fine cattivo non è nessun bambino e i facoltosi riescono sempre a scartare qualcosa. Malauguratamente Babbo Natale non esiste per tutti, non fa parte della fantasia di ciascuno. Ci sono bambini che non l’hanno mai incontrato e ne ignorano l’esistenza anche solo nei sogni. In questo l’omone vestito di rosso è un po’ selettivo e preferisce gli ambienti dove gira la moneta e non contesti sociali degradati, dove con le sue anziane e stanche renne non potrebbe mai arrivare. Che peccato però, che ingiustizia. Tutti devono poter viaggiare, andare lontano con la mente. Certo una prova ogni tanto deve pur arrivare! Triste che non si possa materializzare nei luoghi dimenticati da Dio e dalle favole. I bambini sono bambini e quindi tutti uguali e con gli stessi diritti, così dovrebbe essere e invece no. Mentre Samuel aspettava con ansia l’arrivo del 24 dicembre sera, certo di vedere almeno questa volta, nascosto in qualche angolo della casa, l’ombra del suo amato, mentre con una sacco carico di giochi depositava con cura sotto l’albero quanto richiesto, Yuri era in preda ad altri problemi ben più significativi. Faceva freddo, molto freddo e i vestiti scarseggiavano. Sua madre era andata a bussare alla porta di qualche parrocchia e cercato di arrabattare con un bastone a gancio cianfrusaglie disparate dai raccoglitori di colore giallo sparsi nella grande città. Era tempo di crisi, di fame nera e anche i più agiati portavano all’usura un abito prima di disfarsene. Per Yuri non era mai stato Natale. Logorato dalla vita misera a cui il destino lo aveva costretto suo malgrado, usurpato dal poter vivere il privilegio di sentirsi bambino, la notte della vigilia di Natale aveva finito per cambiare postazione di accattonaggio. La Cattedrale era di sicuro la scelta più saggia. Gremita di fedeli diventava una sorta di bancomat per i meno abbienti. Solitamente la madre lo costringeva fuori al grande supermercato della zona del centro, considerato che tra la monetina inserita nel carrello della spesa e gli spicci fastidiosi che balzano tintinnando nelle tasche arrivava a fine giornata con una manciata di soldini utili quanto meno per consentirgli di sfamare la sua numerosa famiglia. Si perché seppur indigenti i genitori avevano avuto la ricchezza più grande al mondo: i figli. Erano cinque fratelli e un padre ed una madre pronti a renderli sin da subito autonomi e soprattutto procacciatori di elemosine. É molto triste la vita di chi chiede la pietà altrui. Yuri aveva capito che il modo migliore per ottenere qualcosa era non chiedere, ma far capire. In silenzio, testa bassa, in posizione di ricezione, ma senza seccare, senza infastidire il prossimo. Tra i mille volti confusi, stralunati, frettolosi e severi gli capitava di incontrare un sorriso, persino una carezza. Era bello quando qualche signora più gentile gli comprava persino un gelato. Quanto meno era sicura che andasse a finire nella sua pancia e non in quella dei genitori o dei fratelli. Quell’attenzione particolare per lui lo lusingava. Finiva per sentirsi importante, amato, coccolato, sensazioni che nella fabbrica della produzione e della collaborazione non si respiravano. La materia prendeva sempre e comunque il sopravvento sull’amorevolezza e la delicatezza che raggiungeva il suo apice quando la madre rinunciava al suo ultimo boccone per sfamare i suoi fantastici cinque. Il rapporto con i fratelli era basato sulla competizione, sul chi facesse maggiormente cassa, chi fosse più abile a sgraffignare qua e là.  Non c’era spazio per il Natale dentro di loro, figurarsi per il mito natalizio. Yuri si divertiva il 25 mattina a girare per i cassonetti osservando le carte dei regali e gli scatoloni che li contenevano per sognare di giocare con questo o quell’altro gioco. Si immedesimava nei bimbi più fortunati e ne invidiava la leggerezza. Quella mattina in particolare era intento a guardare la confezione della fattoria parlante. Era bello poter immaginare di sentire a comando il suono degli animali. Mentre fantasticava di ascoltare il verso del maiale Samuel scese dal portone con tanto di guanti, cappellino e sciarpa che lo proteggevano dal freddo. Si accorse di quel bimbo dalla carnagione un po’ olivastra e dallo sguardo triste e ne rimase colpito. Chiese alla mamma il perché vagasse solo il giorno di Natale tra i rifiuti e la mamma lo lapidò con un semplice: “É povero”. Risposte secche non sono idonee ai bambini che vivono con il mito del “perché” e non si accontentano se non hanno sviscerato completamente ogni singolo dettaglio, esasperando chi dall’altro lato deve fornirne. Samuel cominciò a fare tante domande che infastidirono la mamma. Si prova disagio a dover parlare della realtà della vita e vivere  nella consapevolezza che certe ingiustizie non possono essere evitate. Era Natale, le pance erano sazie e la prospettiva, dopo la Santa Messa, era un’altra abboffata forse peggiore della sera precedente. Le famiglie tornavano a riunirsi e Babbo Natale aveva lasciato la scia magica nella fantasia dei bimbi baciati dalla dea bendata. I topi avevano fatto ritorno nelle fogne tutti entusiasti e le provviste erano significative. Degli scarti non erano solo loro i soddisfatti. Anche Yuri aveva assaporato qualche ricordo di prelibatezze. Si doveva pur saper accontentare. Gli occhi di Yuri si incrociarono con quelli di Samuel che rimase addolorato dall’immagine di quel bimbo sfortunato con in mano proprio la confezione di quello che lui aveva richiesto a Babbo Natale. Tutto il giorno rimase silenzioso e la sera prima di addormentarsi chiese altre cose scomode alla madre che per tranquillizzare il suo animo gentile s’inventò che Babbo Natale lo aveva notato scontento e si era recato anche da lui. Con questo pensiero illusorio e apparentemente appagante Samuel chiuse gli occhi e si abbandonò tra le braccia di Morfeo. Nascondere la verità o alterarla non era di certo un processo, educativamente parlando, saggio. La mamma di Samuel lo sapeva bene, ma era più forte il senso di protezione di tutto quanto il resto. Di sofferenza il figlio ne avrebbe provata tanta da grande, per questo o quell’altro motivo. Finché avesse potuto evitargliela lo avrebbe fatto volentieri. Caricare l’animo nobile di un angelo significava appesantire le sue ali ed impedirgli il volo. E di questo non si sentiva capace, o almeno non era pronta. Certo farlo crescere al buio di molte realtà era deleterio, quanto meno perché avrebbero pesato maggiormente tutte insieme, ma quando si aveva a che fare con i bambini era tutto più difficile. Samuel il giorno di S. Stefano si svegliò più sereno e determinato nella sua decisione maturata a letto. A quattro anni era in grado di dimostrare ciò che provava. Tutti i piccoli ne sono capaci.  Sin dalla nascita fanno capire quando hanno fame, sonno, quando sono sporchi e vogliono essere cambiati. Figurarsi alla sua età. Se l’era messo in testa e lo avrebbe fatto. Mancava solo l’occasione giusta e sentiva ci sarebbe stata. Uscì con il suo zainetto carico di giochi con lo sguardo avido di chi è alla ricerca di qualcosa, ma nulla, non trovò quello che si aspettava. Passò un giorno e poi un altro ancora. Il terzo giorno Samuel, una volta sceso in strada con la mamma, fece uno scatto improvviso e corse incontro a Yuri che come di consueto era impegnato a rovistare. Si fermò di scatto aspettando che finisse. Lo guardò mentre infilava in una busta lacera le chincaglierie raccolte, aprì il suo zainetto nuovo e ne trasse la fattoria parlante. Yuri restò immobile senza proferire parola alcuna mentre il piccolo poco meno che coetaneo gli tese la mano e incoraggiandolo disse: “Prendilo, è tuo”. La mamma restò a guardare fiera e commossa il gesto del suo amato figlio e si stupì della reazione di Yuri che con le lacrime agli occhi e un filo di voce allungò le mani, afferrò l’ oggetto come un cane l’osso e rispose un grazie con una voce così flebile che la lettura del labiale fu più chiara. Corse via, per custodire il suo tesoro e per nascondere la vergogna.  Era felice del suo bottino, felice che un suo pari si era accorto di lui, aveva pensato a lui. Tornò al suo rifugio di fortuna pieno di entusiasmo e nascose in una scatola sotto terra il dono prezioso senza nemmeno utilizzarlo. Aveva paura di doverlo condividere o che qualcuno glielo avesse potuto sottrarre. Quella notte si addormentò per la prima volta felice. Anche Samuel si sentì così. Babbo Natale non c’è sempre e per tutti. In questo caso senza renne, senza pancia, barba e vestito rosso lo aveva sostituito regalando la sua fattoria parlante nuova di zecca a Yuri e il solo gesto lo aveva riempito di emozione più dell’aver scartato il regalo giorni prima. Capì che la generosità è il più bel regalo di Natale, che può arrivare ovunque e a chiunque, senza bisogno di intermediari.




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4 agosto 2015

Come valige vecchie

           

Come valige vecchie

 

Usurate dal tempo, logore, a volte sudice, segnate, sbiadite, proprio come valige vecchie abbandonate, cariche di vissuto, di ricordi. Così apparivano le persone anziane scaricate dai familiari a Villa Maria, che di spirituale portava soltanto il nome, null’altro. Una bella struttura, chi potrebbe mai obiettare, ma fredda e vuota come l’animo di chi la vive. Un girone dantesco ove dolore, sofferenza, solitudine e rancore vengono miscelati in un vortice interrotto solo dalla morte di quello o quell’altro.  Ai margini della vita, in uscita, isolati all’inferno ove tutto il male si riversa, ma a scontar pena in modo indistinto i buoni e i cattivi con la sola colpa di aver vissuto troppo a lungo e non essere in grado di badare a se stessi dal punto di vista fisico e psichico. Figli o parenti troppo impegnati per potersi dedicare a loro, stanchi e soprattutto appesantiti  dalla realtà della vecchiaia che si tende a scacciar via per vivere meglio.  Lontani dagli occhi, lontani dal cuore di chi un tempo ha raccolto, ha goduto e usufruito di beni e attenzioni. La riconoscenza diviene così un vocabolo privo di senso o legato al ricordo. Ritmi scanditi dai pasti e dal perenne permanere in poltrona e dinanzi alla televisione, che oltre alle sporadiche visite dei familiari, convulse e fugaci, rimane l’unico contatto col mondo esterno. Operatrici brute, stanche di dover pulire luoghi e persone che non hanno il controllo sugli organi, il più delle volte maleodoranti e arrabbiate con chi le ha esiliate. Pagate a malapena, con turni estenuanti di lavoro, considerano gli anziani meri pezzi di carne o accumuli di ossa pronti ad essere tumulati per sempre. Un peso, di questo si tratta, da qualsiasi parte la si prende la visuale è questa, né più né meno. Figli pronti a scappare dal luogo dell’oblio per immergersi nella quotidianità scandita dal ritmo del lavoro, da figli o nipoti che assorbono cuore e mente e danno l’idea della prospettiva, del futuro. Non si trova nulla in una casa di riposo se non la parola fine dalla quale tutti fuggono. Volti sconsolati bramano l’arrivo di una persona cara, un “cara” epistolare poiché come nelle lettere la parola racchiude un senso di lontananza o se vogliamo apparente vicinanza emotiva. Sorridono o aggrottano le ciglia se dalla porta d’ingresso non varca la soglia nessuno. Meglio una boccata d’aria in cortile che una reclusione continuativa. Quel giorno Corinna era al fianco della mamma immobilizzata in carrozzella. Non aveva potuto tenerla con sé per i motivi ben noti: lavoro, tempo, soldi e pazienza mancante quando si è stanchi. L’aveva accompagnata a Villa Maria con la scusa si trattava di una clinica di riabilitazione per aiutarla a camminare meglio, ma nulla fu mai più falso. Sapeva di averle mentito, ma si giustificò col fatto che non aveva altra via d’uscita. Di badanti in casa sua madre proprio non ne voleva e una guerra tutti i giorni di scontri e telefoni che squillano a tutte le ore l’avevano messa in continuo allarme. Da quando l’aveva allontanata da casa la qualità della vita era migliorata. Certo restava l’onere delle visite quotidiane, ma erano in due e tre volte a settimana più o meno, come un appuntamento in palestra, erano sufficienti per sentirsi più liberi, meno gravati dal peso della responsabilità. Di certo mamma Adele aveva investito molto sui figli. Aveva persino rinunciato a lavorare per dedicarsi alla loro educazione. Non che se ne fosse mai pentita, ma una vita sua proprio non l’aveva mai avuta. Notti insonni, sacrifici e amorevolezza le avevano spalancato le porte della casa di riposo, non male come investimento. Se lo avesse saputo o anche solo immaginato avrebbe agito diversamente. Avrebbe pensato più a sé, al suo benessere, avrebbe goduto degli anni d’oro e sicuramente avrebbe sorriso al ricordo di lei realizzata non solo come madre, ma come donna, lavoratrice, moglie e figlia.

E invece la dura e cruda realtà. Si era sentita come un fardello pesante da sopportare e alla proposta della figlia di andare nel lager della terza età non aveva osato opporsi. Se lei e suo fratello erano arrivati a tanto significava che non la volevano tra i piedi e come aveva sempre fatto gli era venuta incontro disbrigandoli dalle impasse. Le avevano detto che sarebbe stata meglio, che ci sarebbe stata assistenza h 24, che avrebbe goduto della compagnia delle vecchiette e chissà di qualche vecchietto sopravvissuto alla moria di uomini che di norma sono i primi a partire, ma nulla di tutto questo. Era stata catapultata in una situazione orribile, i suoi occhi ne avevano viste di cotte e di crude e soprattutto il sentirsi fuori dal proprio contesto e dalle persone che si amano significava essere stati abbandonati, un po’ come fa chi vuole andare in vacanza senza rogne e apre in corsa lo sportello della macchina scaraventando gli animali da compagnia in strada. Del resto l’estate è fatta per riposare e divertirsi e gli impegni pesano, meglio tenerli lontani. I nipoti l’andavano a trovare molto di rado. Se l’era cresciuti, ma ora non avevano tempo per lei. Lo sport, le feste, i compiti e soprattutto la protezione dei genitori dal metterli a contatto con la vecchiaia li facevano viaggiare su binari paralleli che evidentemente non si incontrano mai. Adele sapeva e vedeva tutto. Sopportava in silenzio, del resto che senso aveva parlare, recriminare, piangere pubblicamente se chi più amava l’aveva costretta altrove? Certe cose debbono partire dal cuore e non essere indotte o costrette, altrimenti se ne perde il significato profondo. Fingeva di essere serena, di stare bene, ma la notte piangeva convulsamente stringendo tra le mani la foto del marito morto, compagno di vita, con la certezza che lui non l’avrebbe di sicuro lasciata sola. I figli si fanno una vita propria, sono proiettati in avanti. Lei oramai faceva parte del passato. Aveva pensato più volte di farla finita, ma anche per quello ci voleva coraggio. Non voleva inoltre rompere gli equilibri di Villa Maria con gesti plateali e struggenti. Avrebbe dovuto agire in silenzio, così come era abituata. In punta dei piedi sarebbe stato più leggero. Il Natale era alle porte e come in tutte le occasioni di festività tutto si acuisce e si percepisce in modo amplificato. I figli avevano deciso di non portarla fuori dalla casa di riposo, a loro dire per non incidere negativamente su un equilibrio trovato e per non spolverarle il desiderio di ritornare a casa. Anche questa volta Adele percepì il rifiuto, il lavarsene le mani e senza proferire parola decise di chiamarli per augurargli buone feste. Fu la prima volta che chiese di fare una telefonata ai figli e loro ne rimasero sorpresi e soprattutto turbati. Erano stati toccati nel vivo. Si sentirono in colpa, ma al momento del cenone con amici e parenti dimenticarono tutto, mangiando e brindando. Allontanare i brutti pensieri era il loro leitmotiv. Adele aveva consumato il pasto come sempre alle 18.30. Si sbrigavano a sostentarli in modo che alle 20.30 già venivano messi a letto.  Quella sera rimase a guardare fuori dalla finestra le luci accese e l’albero di Natale in giardino pieno di festoni e tornò indietro nel tempo. Si ricordò di quando lei e il marito erano intenti a far credere ai figli che babbo natale esisteva e portava loro giochi e felicità. Sorrise al figurare nella sua mente lo stupore e la meraviglia di quelli che un tempo dipendevano da lei, che sembrava vivessero per lei, ora così lontani e assenti. Pensò a quanto furono belli quei momenti e al dispiacere che non sarebbero tornati mai più. Sotto l’albero di Natale non c’era più nessun regalo. Una lacrime cadde dai suoi occhi e andò a finire tra le labbra. Aveva il sapore del mare. L’assaporò mentre socchiuse gli occhi. Estrasse dalla tasca della sua vestaglia rosso bordeaux un fazzoletto bianco di stoffa, lo aprì e ingurgitò una di seguito all’altra le pasticche colorate. Le aveva sottratte in medicheria. Le davano per placare gli animi degli irrequieti, ma in grandi quantità si sa che sono letali. Nessuno si accorse di lei. Il personale era intento a festeggiare il Natale tra operatori e la sua compagna di stanza era calata tra le braccia di Morfeo prima ancora del coprifuoco. La trovarono cadavere solo il giorno dopo, all’alba. Un’infermiera panciuta e grossolana, di nazionalità straniera, che aveva il cuore della stessa dimensione di una nocciolina americana la strattonò pensando si fosse addormentata sulla sedia a rotelle, ma quando si accorse che non rispondeva la toccò e la sentì gelida. Allertò la casa di cura che a sua volta contattò i familiari. Era il 25 dicembre, il giorno di Natale. Come fu sempre, anche questa volta aveva fatto un regalo ai figli sparendo di scena. Almeno era sicura che il giorno tanto atteso dai cristiani sarebbero stati un po’ con lei, al suo capezzale. Si sarebbe trattato di poche ore. Portarono alla madre il vestito delle grandi occasioni e svuotarono armadi e cassetti per portare via i suoi effetti personali. Aveva molto poco con sé: la fede nuziale, qualche vestito vecchio, qualche santino e tante fotografie. Ognuna di queste aveva un commento. L’occhio cadde su di una che li ritraeva tutti e quattro felici in vacanza in montagna. Corinna e Filippo lessero scritto a penna con grafia tremante: “dalle cime agli abissi”. Ne carpirono l’amara ironia e per la prima volta si sentirono vuoti e soli, logorati dal senso di colpa e dall’ingratitudine. Ma oramai era di sicuro troppo tardi.

 




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15 maggio 2014

DOVE SEI

http://www.youtube.com/watch?v=uxsu6ygjJ3o







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12 marzo 2013

A FLAVIO FALZETTI

Sono stanca di scrivere parole alla memoria. Perché anche tu? Non ci voglio credere, preferisco così, tu no. Hai lottato tanto per che cosa? Eri il mio eroe, te l’avevo anche detto. Ti portavo a modello, ad esempio di vita. E ora? Che facciamo? No Flavio, pure tu la stessa fine di tutti no. Non lo voglio accettare. Questa notizia mi ha stroncato. T’ immaginerò ancora in lotta contro la bestia, che come credevo nel mio più profondo non risparmia nessuno, a quanto pare nemmeno chi come te gli teneva testa da 15 anni. Sentirò il tuo coraggio e la tua determinazione farsi strada nella difficoltà estrema quanto meno per onorare il tuo arduo cammino. Che delusione. Che amarezza. Con affetto Luciana




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21 settembre 2012

IN MEMORIA DI ANGELO MARTINO

           

Caro Angelo,

a un anno dalla tua prematura scomparsa tanti amici ti ricordano con affetto, nostalgia, rabbia e tristezza. Ognuno insegue la sua vita, ma coloro che ti hanno voluto bene lasciano sempre un posto per pensarti, ogni giorno, in ogni occasione, perché il valore della memoria tiene vivi i ricordi e questi ultimi le persone che non ci sono più. In questo periodo ti ho pensato con più insistenza. Non che gli altri giorni non lo facessi, ma sono tre mesi che sto attraversando qualche difficoltà e cerco di tirarmi su pensando a quello che hai passato. Capita, quando si ricevono notizie poco piacevoli o ci si senta poco bene, di farsi coraggio  immaginando quello che hanno passato altri di molto più grave rispetto a noi. Il solo riferimento mentale finisce per mortificare un malessere che nulla ha a che vedere con malattie che come esito hanno il peggio. Devo ammettere che mi sono pentita delle volte che insieme agli altri ho preteso ti tirassi su di morale, così come mi sono rammaricata di averti giudicato in qualche occasione ingestibile e intrattabile. Ne avevi tutte le ragioni del mondo. Quando si sta male è tutta un’altra cosa. Si perde il contatto con la realtà perché il malessere prende il sopravvento e questo accade per le piccole cose, figurarsi per le grandi. Ultimamente mi è capitato di andare più volte a Villa San Pietro. Credimi se ti dico che nonostante in quell’ospedale ci sia stata per bene cinque nascite, quello che vedo è solo la tua immagine in cortile, su quella o l’altra panchina, le riunioni degli amici che commentavano quanto ti stesse accadendo dopo la visita, il senso di impotenza, con uno sguardo al secondo piano, dove le finestre sono ancora sempre quasi tutte abbassate. La luce entra con difficoltà là dove si vive nelle tenebre. Ogni volta che penso a te spero che nei prossimi anni qualcuno che conti e che decide per gli altri possa cambiare le sorti di ognuno e autorizzare l’eutanasia. La morte non spaventa nessuno quanto la sofferenza e tu hai sofferto troppo. Ho ancora vivi tutti i ricordi, la paura nei tuoi occhi, la rabbia, i discorsi fatti e le preghiere che spero almeno abbiano portato la tua anima a vivere serenamente. Oggi, un anno fa, tutti si sono stretti vicino a te, per accompagnarti alla soglia del nuovo viaggio. La vita continuerà a scorrere, ma certe cose rimangono indelebili, credimi e ogni 21 settembre, così come ogni giorno il tuo ricordo ci accompagnerà nel nostro viaggio. Penseremo  alla tua sfortuna, alla tua vita che è stata troppo crudele, cercando di apprezzare la nostra. Caro Angelo sei nel nostro cuore e nella nostra mente. Ti abbiamo vissuto troppo in fondo per dimenticarti.

I tuoi amici




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26 giugno 2012

UNO DEI LIBRI PIU' BELLI IN ASSOLUTO

"LA LUCE SUGLI OCEANI" di M. L. Stedman e A. Mantovani




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12 aprile 2012

LIBRO DEL MESE - LETTURA CONSIGLIATA

"L'ARMADIO DEI VESTITI DIMENTICATI"

 DI:  RIIKKA PULKKINEN




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11 aprile 2012

URLO E NON MI SENTI

            http://www.youtube.com/watch?v=wR7IFgMgRQM&ob=av2n




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6 aprile 2012

PREMIO LETTERARIO NAZIONALE

           

http://www.caffeletterariolalunaeildrago.org/parlami-damore.html




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26 marzo 2012

Di: Luciana Gesualdo

            MARE CALMO



Navi senz’ ancore solcano mari innavigabili,

scompaiono incoscienti negli oscuri abissi.

Tra  onde in tempesta

nel buio di una  notte senza luna

affondano sentimenti effimeri

che senza futuro si perdono nel nulla.

A galla soltanto la colpa

di un  preannunciato viaggio senza ritorno.



Parole prive di senso

gettate nel vento e mai soppesate,

come frivoli suoni senza importanza a smuovere l’ aria

nell’incostanza di azioni attese e mai compiute.



Mere illusioni accendono passioni

come fuochi flebili spenti da un leggero soffio

cedono il passo a grida di dolore costrette al silenzio,

intrappolate nel petto a logorar il cuore.



L’eco di una promessa

rimbomba nell’animo fragile

oggi avvolto di spine,

oramai invalicabile.



Sguardi vuoti si perdono nell’aria

mentre ricordi  confusi affollano la mente

colma di delusioni e sogni infranti

che il tempo ha portato lontano.




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26 marzo 2012

IL GIORNO PIU' BELLO




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5 febbraio 2012

LIBRI CONSIGLIATI

"SETTE FIORI DI SENAPE" DI CONOR GRENNAN

"IL MEGLIO DI ME" DI NICHOLAS SPARKS

"LA SCELTA" DI NICHOLAS SPARKS

" SE FOSSE PER SEMPRE" DI TARA HUDSON

"LE PRIME LUCI DEL MATTINO" DI FABIO VOLO

QUESTI LIBRI CHE HO LETTO NELL'ULTIMO MESE SONO TUTTI BELLI, OGNUNO PER LE SUE CARATTERISTICHE, MA NON VI NASCONDO CHE NICHOLAS SPARKS E' SEMPRE NICHOLAS SPARKS....

BUONA LETTURA!




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12 dicembre 2011

A FLAVIO FALZETTI

Silenzioso sopravvivere

di dignità e compostezza

senza pesi sul cuore

per chi non può alleviare il dolore.

Intrappolato nella sofferenza,

coraggioso  nella battaglia individuale,

vincitore o perdente,

pur sempre nel dubbio perenne

tra instabili speranze,

in equilibrio sulla sottile fune

della fortuna e del destino

del presente e dell’ avvenire.

 Con tanto affetto

Luciana




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6 dicembre 2011

IN MEMORIA DI ANGELO MARTINO

Mesi, giorni, ore, minuti e secondi avevano diluito il dolore del distacco. Lo avevano spalmato nella quotidianità e accompagnato in ogni respiro che scandiva il vuoto di giorni vissuti in solitudine, alla ricerca dell’amore, spesso anche dei suoi surrogati.

Non era stato facile recidere il cordone ombelicale che li aveva uniti e che da un’entità ne aveva create due, solo apparentemente distinte e separate.

Era stato semplice affezionarsi a lei, volerle bene, ma non lo era stato dimenticare quell’amore unico al mondo, insostituibile, puro, incontaminato, ineguagliabile.

Aveva sperato più volte di incontrarla, di riabbracciarla talmente forte da colmare undici anni di silenzi e pianti, di assenza forzata, ma ora aveva paura. La strada per rivederla non era delle migliori. Era ingiusta e infame, un percorso obbligato.

Chissà come l’avrebbe trovata ora che lo spazio si era dissolto ed il tempo si era perso nell’aria dove tutto resta uguale:  il giorno, la notte, la luce e le tenebre.

L’aveva chiamata più volte, invocata per sentirla più vicina, per percepire protezione, sollievo, conforto, ma solo ora che i suoi occhi si erano chiusi nel sonno eterno era riuscito a rivederla, riviverla.

Era bella, avvolta in un manto celeste, sorridente e serena di stringerlo a sé, di riabbracciare un figlio strappato alla vita, all’avvenire, agli affetti, imprigionato per troppo tempo nell’ infame trappola della malattia che come una morsa lo aveva  costretto a lottare per una sopravvivenza indegna e priva di speranze.

Perché proprio a lui? Perché la sofferenza, così ingorda e avida ne aveva chiamata dell’altra? Animata da una brama distruttiva aveva infierito più volte sulle sue debolezze, lo aveva sfinito, tramortito, esasperato, ridotto ai minimi termini, come un pugile che consapevole di aver messo k.o il suo avversario non si accontenta della sua vittoria ostentando potere e forza bruta dinanzi ad un corpo inerme, incapace di difendersi e di continuare  a lottare.

Che cattiva la sofferenza, che elargisce dolori a piccole dosi, agonizza e terrorizza più della mano nera che in un attimo ti avvolge e ti inghiotte nel nulla.

Solo l’amore materno, che tutto può e tutto cura, sarebbe stato in grado di restituirgli un po’ di calore e di familiarità.

Tanti amici avevano fatto carte false per tamponare ferite sanguinanti che non cicatrizzavano mai. Erano riusciti solo a creare uno strato di gomma piuma con effetto ammortizzante, ma le cadute erano talmente traumatiche da comportare lesioni e fratture incurabili. Si era creata attorno a lui una  rete di solidarietà da fare invidia a chiunque, a dimostrazione del fatto che la parola amicizia non è un insieme di vocali e consonanti assemblate e prive di significato, ma un valore inestimabile ed una ricchezza incomparabile. Legami che formavano nodi più o meno complessi e difficili da sciogliere si erano messi insieme ed avevano composto amache di salvataggio per ninnarlo nella sua genuina tenerezza e innocente debolezza.

Barcollando aveva lasciato alle sue spalle il suo corpo martoriato, alloggiandolo nella grande valigia chiusa ermeticamente, che porta via con sé la forma, liberando l’essenza. Era rimasto attaccato con tutte le forze alla scorza dura che avvolge il nettare dell’anima,  per paura di sprigionarla e volatilizzarla. Lasciarla andare via avrebbe significato rinunciare a ciò che si conosce per l’ignoto, al certo per l’incerto e ci voleva  troppo coraggio o troppa fede per rassegnarsi al fato.

Ora che era libero sentiva una certa leggerezza avvolgere i suoi pensieri, la stessa che gli consentiva di guardare il mondo da un’altra prospettiva, diversa, nuova.

Angelo era finalmente sereno, sorridente, soprattutto perché sapeva che quel viaggio senza ritorno gli avrebbe consentito di incontrare lei, l’unica donna che non lo aveva mai deluso, ma sempre amato in maniera incondizionata. L’emozione era forte. Sapeva di trovarla lì, in quel luogo incantato ove tutto è per sempre, ove albergano  solo l’amore, la complicità, la bontà, la tenerezza, il rispetto e l’onestà, tutti ingredienti che sulla vita terrena vengono sempre mescolati ad altri e solo a sprazzi utilizzati allo stato puro. E’ troppo difficile aprire il cuore fino a quando a contare sono anche il corpo e la mente. Per non far torto a nessuno, infatti, si tende a  dare spazio a tutti e tre, facendo primeggiare a volte l’uno a volte l’altro.

Come era amara la vita e come era dolce l’aldilà. La vita lo aveva preso a schiaffi, gliene aveva date di santa ragione, si era un po’ troppo accanita su una preda facilmente attaccabile, priva di schermature resistenti ed egli a sua volta si era indurito come un animale ferito che avrebbe desiderato essere aiutato, ma la rabbia ed il dolore avevano preso il sopravvento dando spazio all’aggressività, unica arma di difesa in uno stato di completa alterazione psicofisica.

Angelo si era presentato al cospetto materno dopo un travaglio durato mesi. Trentanove anni prima questo gravoso compito era toccato a lei, quando con il parto segnò il distacco dal suo grembo.  Oggi era stato lui a soffrire nel lasciare la madre terra, estirpato da un mondo che ci illudiamo ci appartenga.  Era l’unica volta che nel partire non aveva dovuto portare con se il fardello dei bagagli. Se n’era andato così com’era, in uno stato di estasi come quello provato dopo un grande sforzo che porta al raggiungimento di un agognato obiettivo. La strada era stata sicuramente ardua, ma ora c’era solo tanta luce a rischiarare il buio e tanto calore a riscaldare dal freddo della morte.

Si guardarono un attimo prima di fondersi l’uno nell’altra. Vollero  riconoscersi, ammirarsi nella nuova veste celeste, ma non resistettero a lungo con i convenevoli. Era troppo il desiderio e tanta la gioia di rincontrarsi. Quell’unione durò a lungo e venne distolta solo dalla presenza  di un’altra entità che Angelo aveva lasciato in un letto di ospedale ed alla quale aveva negato la sua voce e la sua presenza una volta che il tumore aveva bussato alla sua porta. Sarebbe stato difficile, infatti, travolgere del suo dolore un padre vedovo, gettandogli addosso la disperazione. Se n’era guardato bene dal voler infierire ulteriormente sulla sua già precaria esistenza, fatta di lotte continue per la sopravvivenza a causa di una malattia che lo perseguitava sin da giovane.

 Non credeva di trovarlo lì, nessuno aveva avuto il coraggio di dargli questo dispiacere. Avevano cercato di proteggerlo celando la notizia del decesso avvenuto qualche giorno prima del suo. “Un genitore non dovrebbe sopravvivere alla morte di un figlio”, aveva detto, e di fatto così era stato.

Nel bel mezzo della notte il cuore di suo padre aveva smesso di battere, senza troppa confusione né  annunci. Egli aveva già avuto il piacere di incontrare la sua amata, quella che vide un lontano giorno fuori all’uscio del suo paese  natale e che solo guardandola negli occhi aveva capito che l’avrebbe sposata. Un matrimonio d’amore coronato nella nascita di due figli, frutto di un’ unione trasformata presto in solitudine per colpa del destino avverso che aveva voluto che due giovani uomini venissero lasciati allo sbaraglio, privati della strada maestra, della colonna portante, dell’amore di una mamma che tutto conosce, tutto accetta  e tutto perdona.

Quell’incontro inatteso aveva un po’ scosso Angelo, ma ne fu felice perché capì che le persone a lui  più care si erano finalmente riunite, strette intorno a lui e che non lo avrebbero più abbandonato.

A loro spettava il compito di proteggere dall’alto il fratello, l’ultimo tassello del puzzle. Sarebbero stati i suoi angeli custodi. Di solito ne abbiamo uno, a lui ne sono toccati tre.

Con affetto

Luciana




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7 novembre 2011

FERNANDO DI NUCCI

GENTILI BLOGGER,

NON E’ NECESSARIO CHE PUBBLICIZZI LE CAPACITA’ ARTISTICHE DEL PITTORE FERNANDO DI NUCCI, CHE VEDETE  IN FOTO ACCANTO AL MIO RITRATTO, PERCHE’ SI COMMENTANO DA SOLE. VOGLIO SOLO SPENDERE ALCUNE PAROLE PER ESTERNARVI L’EMOZIONE PROVATA NON APPENA HA TERMINATO IL MIO QUADRO, DAL MOMENTO CHE HA SAPUTO RIPRODURRE NON SOLTANTO L’ESTETICA, MA PASSANDO PER GLI OCCHI E’ RIUSCITO AD ENTRARE NEL MIO ANIMO. NON E’ DI CERTO COSA FACILE E DA TUTTI RENDERE VIVO UN RITRATTO, AL PUNTO TALE CHE UN’IMMAGINE DIPINTA SEMBRA ESSERE REALE, SENZA TEMPO , IMMORTALE.  DI SEGUITO VI RIPORTO IL LINK DEL SITO INTERNET OVE POTRETE APPREZZARE TANTI ALTRI SUOI CAPOLAVORI, INVITANDOVI A CONTATTARLO QUALORA ABBIATE IL DESIDERIO DI FARVI O FARE UN REGALO SIMILE A CHI AMATE, CON LA CONSAPEVOLEZZA CHE LO RENDERETE SICURAMENTE FELICE, COME LO SONO STATA IO!

Scrivi a : fernandodinucci66@gmail.com

www.saatchionline.com/profile/213267




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25 settembre 2011

William Shakespeare

"L'amore è la più saggia delle follie, un'amarezza capace di soffocare, una dolcezza capace di guarire."




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8 settembre 2011

TERZO CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE LA LUNA E IL DRAGO

RACCONTO SELEZIONATO PER L'ANTOLOGIA PUBBLICATA DAL FOGLIO LETTERARIO EDITORE

 

DI: LUCIANA GESUALDO

OLTRE LO SGUARDO

Si sedeva in riva al mare, ogni pomeriggio, al tramonto. Amava ascoltare il rumore delle onde, giocare con l’acqua dispettosa che serpeggiava  timidamente sulla riva, per poi ritrarsi e riaffacciarsi frettolosa fino all’infinito. Probabilmente era quel senso di pace a farlo sorridere sempre, quel sentirsi immerso nella natura, protetto  dalle dolci melodie degli uccelli, dal calore dei raggi del sole che,  incontrandosi in volo con una leggera brezza, liberavano nell’aria spruzzate di sale marino che si andava  a depositare come neve sulle sue labbra profumate d’estate. Era proprio quel sorriso beato e dolce ad attirare l’attenzione di Christian, che alle tante finte compagnie preferiva la solitudine, i paesaggi, la libertà di esprimere se stesso attraverso la pittura, di pensare senza condizionamenti, di sognare ad occhi aperti. Tutti i giorni, con i pennelli tra le dita e la tavolozza in mano si recava sul lungomare e cercava di riprodurre l’immagine di Pietro, quel giovane ragazzo che come lui adorava altro dal genere umano superficiale ed egoista. Era difficile ritrarlo, non fosse altro per la complessità nel descrivere la fisionomia di chi ha ricevuto una delle peggiori disgrazie del mondo: l’essere cieco. Per i ritrattisti lo sguardo è tutto. Il colore e la forma degli occhi consentono di tracciare l’espressione, cosa quasi impossibile nel caso di chi li ha sempre serrati. Christian si era incaponito. Un po’ per sfida, un po’ per curiosità, si era messo in testa di riuscire a disegnare il giovane cieco e di certo non era un tipo che demordeva dai suoi intenti; la caparbietà era di sicuro il suo miglior pregio ed il suo peggior difetto. Passava le ore ad osservare quel ragazzo esile ed allegro,  nonostante tutto, e per certi versi arrivava ad invidiare quella sua capacità di andare oltre, di gioire per le piccole cose, di sapersi accontentare di un mondo in bianco e nero, di un mondo a metà, fatto di sensazioni e pulsioni  dettate prettamente dall’immaginazione, dall’interiorità, prive del contatto con la realtà intesa come materia, come forma. Il tatto particolarmente sviluppato gli consentiva di toccare con mano oggetti, sfiorare affetti, ma il  non poter guardare con i propri occhi ciò che lo circondava non significava solamente rinunciare alle meraviglie artistiche e naturalistiche, ma perdere completamente la libertà e dipendere dagli altri. Ad osservarlo, vivere fuori dal mondo sembrava essere per lui quasi una fortuna per come era sereno, come lo è chi non sa tutto fino in fondo,  o chi ha l’illusione di vivere la  vita che immagina. Pietro viveva in una dimensione parallela, ove veniva a conoscenza solamente di una parte delle cose, forse  la migliore, o quanto meno quella che sceglieva. Ed era in quel mondo che Christian desiderava entrare, un  modo ove condividere gioie e dolori in maniera autentica, pura, incontaminata. Una volta scorse Pietro ridere felicemente e ne restò affascinato. Sua madre gli si accostò e gli raccontò qualcosa di molto divertente dato l’esito della conversazione. Poi lo lasciò solo, così com’egli desiderava e quell’impronta di allegria non scomparve dal suo viso per tutto il tempo. La donna lo osservava a distanza, di nascosto. Voleva regalargli l’illusione di autosufficienza e libertà, ma il timore che gli accadesse qualcosa non le consentiva di allontanarsi molto da lui. Pietro amava che qualcuno gli descrivesse il mondo. Sembrava che in quel modo riuscisse a vedere anche lui, tanto partecipava alle narrazioni, poneva quesiti ed attendeva pieno di brama le risposte. Come facesse a visualizzare nella sua mente quanto gli si rappresentasse  era una domanda che Christian si poneva spesso e alla quale non aveva mai trovato risposta. Come era possibile figurare nell’immaginario qualcosa che  non si è mai visto? Come attribuire ai vocaboli il significato di qualcosa che non si conosce?  Christian si arrovellava la mente con tutte queste domande, in attesa dell’ispirazione giusta per ritrarre il giovane cieco.

Era il 14 di agosto ed i giovani si stavano preparando per organizzare il falò,  con l’idea fissa del bagno di mezzanotte . C’era fermento sulla spiaggia e quel giorno Pietro si fece accompagnare a debita distanza da chi lo avrebbe deriso, considerato un peso, allontanato in quanto problema da scacciare che avrebbe gravato sulla psiche instabile dei tanti che preferivano sballarsi per sentire il meno possibile il carico dell’esistenza sulle proprie  spalle. Fu così che si ritrovò seduto accanto al suo ammiratore segreto il quale trasalì dall’emozione e dall’imbarazzo per la tanta inaspettata vicinanza. Christian aveva dinanzi a sé la fonte della sua ispirazione creativa, eppure temeva di fare passi falsi e rovinare tutto, rovinare il gioco del volersi impersonificare  per conoscere i segreti di colui che abitava nel buio perenne. Senza voltarsi Pietro si rivolse a lui con un cortese saluto. Come avesse fatto a sentire la sua presenza era un vero mistero. Iniziarono a parlare e poco alla volta entrarono in confidenza. Christian confermò l’idea che si era fatta di Pietro, un ragazzo che sapeva stare bene con se stesso, vivere di emozioni forti, godere delle piccole cose  che spesso si danno per scontate, aspetti che mancavano al pittore, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e stimolante, animo irrequieto e vagabondo. Tale connubio fu vincente. Christian cominciò a desiderare di parlare con il giovane cieco per arricchirsi interiormente e vivere del riflesso del  suo benessere.  Pietro parlava della vita come se la conoscesse meglio di chi aveva potuto viverla appieno, parlava dei rapporti umani, dell’importanza degli affetti sinceri e dell’amore,  che ancora non aveva provato e che idealizzava a tal punto da sembrare persino un illuso. Sentimenti sani lo animavano,  sentimenti dai quali Christian era oramai disincantato, dopo una serie di delusioni dal punto di vista amicale e  amoroso. Ascoltare Pietro per lui significava ricominciare a sperare, a credere alle cose belle, divenire più tenero, sradicare il velo che aveva oramai imprigionato il suo cuore ferito e timoroso, che batteva per pura necessità fisiologica. Giorno dopo giorno i due divennero sempre più intimi e Christian si affezionò molto a Pietro, al punto tale che per il suo compleanno gli organizzò una sorpresa speciale, quasi per ripagare il prezioso dono della sua compagnia. Dovette lottare contro le remore della madre del giovane cieco, ma alla fine la ebbe vinta lui. Rendere felice una persona era sempre stato un modo per rendere felice se stesso. Condusse l’amico su di una montagna e gli chiese di fidarsi ed affidarsi ai lui. Si legarono stretti l’uno all’altro e  si lanciarono nel vuoto con un deltaplano. Rimasero sospesi nell’aria, felici ed entusiasti dopo che grida di liberazione e paura si mescolarono nel vento, volteggiando all’unisono e fu grazie a questo episodio, che si impresse presto nella memoria, che Christian riuscì finalmente a ritrarre l’amico. Lo dipinse con un’espressività tale da sembrare essere riuscito  ad entrare direttamente nella sua anima senza passare dagli occhi. Ne riprodusse l’essenza, grazie alla spinta del suo cuore e ne venne fuori un capolavoro, lo stesso che vinse il primo premio in una mostra di arte contemporanea, ove un intero popolo di amatori ed appassionati riconobbe la capacità  del pittore di saper vedere oltre, ove lo sguardo non è in grado di arrivare.

http://lalunaeildragoautori.weebly.com/luciana-gesualdo.html




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2 agosto 2011

RACCONTO IN CONCORSO PER IL PREMIO LETTERARIO MAGLIANA

DI: LUCIANA GESUALDO

 

“QUEL DOLCE SENTIRE DELLA MAGLIANA”

 Affittare una stanza alla Magliana, in una via densa di palazzoni che taglia la strada che dà il nome al quartiere, seppur conveniente, non era stata di certo una buona idea. C’era un bel viavai e soprattutto un profumo di dolci che penetrava nelle narici a tutte le ore e provocava una continua formazione di acquolina in bocca, difficile da tenere a freno. Erano anni che iniziava diete e dopo pochi giorni riprendeva a mangiare a quattro ganasce, soprattutto i dolci, che davano una soddisfazione tale che nessun altro alimento poteva reggere il confronto. I dolci consolavano, illuminavano  le giornate più buie e regalavano al palato gioie sconfinate di sapori  smielati, tanto da rendere  la vita meno amara.

 

Di pillole della felicità ne aveva ingurgitate tante e proprio per questo Elisa si presentava  come un panettone di Natale, una mega meringa, un maritozzo con la panna o se vogliamo un bignè di San Giuseppe stracolmo di crema pronto ad esplodere al primo morso. Era più forte di lei, dopo essersi tuffata nel mare calmo della golosità affogava nei sensi di colpa ed avviava  processi mentali distruttivi con promesse e impegni che sapeva di non riuscire a mantenere. Dopo aver compiuto il fattaccio, essersi imbottita come il tacchino servito il giorno del ringraziamento, era sempre indecisa se infilarsi due dita in gola o conservare il sapore e il buon gusto con sé, almeno finché fosse durato. Questa seconda opzione era sempre la prescelta, non fosse altro perché tutte le volte che aveva tentato di rimettere quanto trangugiato non era riuscita nel suo intento. Sembrava che il suo fisico assorbisse tutto, inglobasse velocemente ogni boccone e lo distribuisse automaticamente sui fianchi, sui glutei e sulla pancia. Dalla bocca alla ciccia, era un tutt’uno.

La presenza della pasticceria a pochi passi da casa, oasi del gusto e della vista, di certo non l’aiutava. Era un martirio passare indifferente dinanzi alla vetrata che offriva agli occhi le meraviglie più svariate. Semifreddi, torte secche, pasticceria da tè, cornetti, pastarelle, pizzette, rustici, tramezzini che dopo una certa ora venivano venduti a saldo in vassoi misti. Il profumo sembrava una sorta di persecuzione. Al mattino appena alzata una voragine incolmabile si sostituiva al suo stomaco ed una aggressività tale nei riguardi del cibo si riversava su una colazione aldilà delle aspettative. Misere biscottate condite con burro e marmellata ed un tè freddo alla pesca facevano da surrogati o riempitivi del piacere, quali mere valvole di sfogo di desideri ben più forti e sostanziosi da tenere a debita distanza. Quella colazione equivaleva  a  guardare una vetrina con esposta una Ferrari, sognare di possederla  per poi accontentarsi di guidare una Fiat 500. Un accontentarsi  che scontentava e che aumentava il desiderio e la rabbia. Eppure doveva esserci un sistema per approdare all’indifferenza. Se avesse voluto continuare ad abitare alla Magliana, un quartiere non lontano dalla facoltà di legge dell’ università degli studi di Roma Tre che frequentava, avrebbe dovuto darsi una calmata e cambiare atteggiamento, non sentendosi come una carcerata in cerca dell’ora d’aria. Sì perché almeno una capatina al giorno in pasticceria la faceva. La conoscevano tutti, era una cliente fedele ed assidua e dava una certa soddisfazione quando non potendo nemmeno aspettare di uscire dalla soglia del negozio mordeva felice un dolce alla nutella e chiudendo gli occhi sembrava come drogarsi, estraniarsi, immergersi in un mondo parallelo ove tutto è roseo, mentre un sorriso sincero si affacciava sul suo volto bianco di porcellana e le sue labbra prendevano il colore della cioccolata.

La pasticceria era una sorta d’istituzione nel quartiere, una tappa fissa, una meta ambita, un premio dopo una giornata faticosa e stressante.  La domenica si riempiva talmente tanto di gente che la fila arrivava fin sopra al marciapiede, mentre un spazio insignificante veniva lasciato a chi usciva dal mondo dei sogni con in mano un tesoro da custodire, fiero di pregustare una gioia individuale o collettiva. Per non parlare delle mamme con le torte di compleanno per i più piccini. Ce n’erano per tutti i gusti, dalle forme più strane, con disegni prodotti dai migliori accademici delle scuola di Belle Arti, ma soprattutto scritte con formule di auguri disparate glassate su impasti zuccherosi di pan di spagna morbidi, in ossequio ai dentini da latte dei bambini, interessati per lo più alle decorazioni ed ai rituali per spegnere le candeline, piuttosto che al sapore di torte spettacolari  pagate a peso d’oro. Battista il barista, poi, si riforniva proprio in quel locale per ciambelle e croissant, ma chi era del posto lo sapeva, e quel rincaro di 40 centesimi al pezzo proprio non lo tollerava. Preferiva bere il cappuccino lì e mangiare il cornetto là, del resto non era poi così male, poiché non si mischiavano i gusti e tutto conservava il suo sapore originario. C’era Mario il barbiere, che ogni giorno prendeva una sola pasta da dividere con la moglie. Aveva il diabete, ma non rinunciava: “un pezzetto non fa male a nessuno“, diceva, oppure ripeteva: “di una morte si deve morire, meglio morir mangiando”, una filosofia di vita molto cara ad Elisa, che per vincere questa continua guerra interiore fatta di sacrifici o tentazioni forti che sfociavano nella grande abbuffata, aveva deciso di fare un passo importante. Avrebbe chiesto al proprietario della pasticceria di assumerla anche solo qualche ora, a scopo curativo. Non fosse altro per l’originalità della richiesta, le proposero un posto part time. In questo modo Elisa non avrebbe rinunciato allo studio, garantendosi al contempo questa vera e propria terapia d’urto.

 All’inizio fu traumatico. Ogni vassoio che dalla cucina si disponeva nella vetrina era un sussulto, il cervello dava impulsi alla mano di afferrare qualsiasi cosa e poiché era consentito prendere cibo, Elisa prese anche 5 chili. Lo sconforto salì alle stelle, fino al giorno in cui cominciò a notare che anche in lei accadeva quanto sentito dire. La frenesia dell’assaggio andò scemando e per assurdo i profumi divennero per certi versi nauseanti. Non ne poteva davvero più. Ogni giorno davanti alle stesse cose, inalando gli stessi odori, si era come ipnotizzata, distaccata dal contesto. La bocca lasciò posto agli occhi che si saziavano da soli e trasmettevano quest’idea di gonfiore e di abbondanza a tutte le cellule del corpo di Elisa, che non solo perse i chili acquisiti, ma anche quelli in eccesso. Aveva funzionato, aveva potuto sperimentare con mano che la fase repulsione arriva per tutti, che ogni giorno davanti alla stessa pappa ci si stanca, ci si annoia, ci si disgusta addirittura. Era vero. Tutti coloro che lavorano in pasticceria finiscono per essere saturi di dolciumi e leccornie. Bastarono due mesi intensi di lavoro che Elisa arrivò persino a cambiare regime alimentare e a frequentare la pista ciclabile, non più da padrona del bastardino che portava a passeggio, ma da sportiva.

Iniziò a scoprire il piacere della corsa, immersa nel verde, nonostante le dispiacque appurare come degrado, incuria e presenza di senza fissa dimora popolassero alcuni tratti della pista, tanto da spaventarsene appena il sole si nascondeva dietro le nuvole. Del resto vicino alla sua abitazione non c’erano ville pubbliche e l’unica alternativa valida per decontestualizzarsi da un ambiente caotico era la ciclabile, quella dal manto stradale precario, dall’illuminazione spesso assente, dalla vegetazione fitta e spontanea, dal bivacco di ignoti che si fermavano ad osservarla nel suo essere intenta a raggiungere il tanto agognato benessere fisico e la tanto ambita forma.

Fu proprio in uno di quei giorni che conobbe Stefano. Fu attratta dai suoi rollerblade e girandosi ad osservare la dimestichezza con la quale pattinava era finita per cadere per terra davanti ad una comitiva di ragazzi che risero di lei a crepapelle. Stefano si precipitò di corsa a sollevarla e da quell’incontro ne nacque qualcosa di più. Un destino forse crudele o forse beffardo fece innamorare Elisa proprio di un pasticcere, di uno che quando si metteva in cucina faceva dei capolavori alla stregua di un pittore in una galleria d’arte. Resistette a lungo prima di cedere, ma sembrava una scortesia rifiutare le creazioni del suo amato. Ne assaporò il gusto dopo mesi di astinenza, ma decise di dare un taglio netto alla questione. Del resto era un po’ come per chi smette di fumare. Bastava accendersene una per  riprendere. Questo Elisa proprio non poteva permetterselo. Non poteva gettare al vento le conquiste raggiunte. Ora la dolcezza  l’ aveva in casa e  non faceva nemmeno ingrassare.

Guardò e riguardò il suo adorato, sazia dell’amore che da sempre attendeva e  aveva ricercato altrove.

 




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12 giugno 2011

REGALO DI COMPLEANNO

RACCONTO FINALISTA AL PREMIO LETTERARIO COPPEDE'

DI: LUCIANA GESUALDO

 Osservarli faceva sempre un certo effetto, così uniti nel loro legame di sangue. Nonostante il  significativo distacco generazionale sembravano amici. Erano sempre intenti a raccontarsi, uno del passato, l’altro del presente e del futuro, in modo da rendere onore a  tutti i tempi verbali. L’uno gesticolava molto, l’altro indirizzava  lo sguardo verso la linea immaginaria dell’orizzonte, quasi per trovare ispirazione.

Prediligevano per le loro conversazioni  il paesaggio verde che si intravedeva dalla prima terrazza, a sinistra del monumento equestre a Giuseppe Garibaldi, provenendo dal Fontanone. La visuale di Villa Doria Pamphili si confaceva al meglio alla loro confidenzialità piuttosto che la vista storico artistica della città, nei punti in cui si aveva come l’impressione  di dominarla ed abbracciarla in tutta la sua magnificenza.

Nonno  e nipote sedevano tutti i pomeriggi, al tramonto, alla panchina di mezzo. Li si intravedeva in lontananza mentre percorrevano a piedi, lentamente, il viale alberato che costeggia le giostre per bambini. L’anziano signore, ricurvo dal peso degli anni, soleva appoggiarsi al braccio del giovane e fiero nipote, il quale era felice di discorrere con lui, di essere un valido supporto ed un utile sprone a non adagiarsi ad una vita  segregata. Sorridevano e ridevano, complici di una sintonia tale da far invidia a chiunque. Ogni tanto facevano una piccola sosta per guardarsi negli occhi, per poi riprendere la via che li portava al loro consueto appuntamento. Da bambino Federico era solito frequentare il Gianicolo con i suoi familiari e ad accompagnarlo c’era sempre nonno Franco che lo portava a vedere il teatrino delle marionette. Solo dopo molto tempo gli confidò che queste non erano animate, così come sembrava, ma manipolate da un burattinaio che si celava dietro di esse per far ridere il suo pubblico di ingenui e teneri fanciulli, i quali avevano l’aria di divertirsi con molto poco. Quando Federico seppe che Pulcinella, Arlecchino e tutti gli altri  prendevano vita grazie ad un umano ne rimase colpito, come quando gli confessarono che Babbo Natale non era mai esistito. Si infranse un sogno, s’interruppe una fantasia e la ragione, come sempre accade dopo l’età della fanciullezza, finì per prendere il sopravvento, stroncando l’immaginario. Egli volle allora dare un volto a colui che si nascondeva dentro il teatrino mobile, regalando al prossimo solo il suono della sua voce. Chi potesse essere quello strano personaggio finì poi per scoprirlo, poiché si mise in testa di aspettare la fine degli spettacolini e il deflusso della folla fino al momento dell’uscita dell’attore protagonista che amava recitare dietro le quinte. Era un uomo piuttosto basso e calvo. Sarà stato il suo essere paffuto a renderlo simpatico. Aveva un sorriso che sapeva trasmettere una certa serenità e che si sposava bene con quel luogo frequentato da bimbi, turisti, giovani ed anziani, ma perlopiù da innamorati, amanti e sposini i quali esprimevano il loro sogno d’amore in una cornice romantica e suggestiva.

Nonno Franco amava ripetere la storia di Garibaldi talmente tante volte che a scuola Federico non dovette mai studiarla per quanto l’aveva memorizzata bene. Il generale patriota era entrato nel suo cuore, così come tutti gli eroi che avevano combattuto al suo fianco, molti dei quali erano riusciti a guadagnarsi quanto meno un mezzo busto marmoreo per aver mostrato onore e coraggio. Una buona consolazione se si pensa che solitamente è solo  il prode condottiero a trovare spazio nella memoria dei tempi. Molti dei Mille, invece, ebbero il privilegio di rimanere altrettanto vivi nella storia, al punto tale che ancora oggi sembra che qualcuno, nel fissare i volti scolpiti, arrivi a farli rivivere. Una giovane donna che non riuscì mai a trovare l’amore finì addirittura per innamorarsi di uno di questi, o meglio del suo ricordo, trattasi di un certo Oreste Tiburzi. Ne rimase incantata dal coraggio, dal valore e dal senso di appartenenza al popolo italiano, caratteristiche che cozzavano di gran lunga con gli uomini con i quali nella quotidianità era venuta  a stretto contatto. Aveva finito per amare l’amore immaginario che sognava ripercorrendo la storia di un grande uomo, un eroe di tutti i tempi che, disgraziatamente, non faceva parte della sua epoca e che era troppo tardi per conoscere di persona.

Un forte senso di patriottismo aveva colpito anche nonno Franco il quale aveva più volte immaginato di poter salire a cavallo con Garibaldi. Più volte aveva confessato a suo nipote di voler arrivare lassù e sedere dietro al condottiero, dominando con lui la città dall’alto, un sogno che Federico non aveva mai dimenticato e che si apprestava a trasformare in realtà.

Mancavano pochi giorni agli ottanta anni di suo nonno e questa volta aveva in mente di stupirlo con effetti speciali, regalandogli l’impossibile. Fu così che programmò nel dettaglio il suo compleanno. Cominciò a richiedere una serie di permessi alla soprintendenza dei beni archeologici, al Comune di Roma, al municipio di competenza, per organizzare il tutto. Non avrebbe mai potuto immaginare di trovare tanta collaborazione da parte delle istituzioni che, seppur strozzate dalla morsa della burocrazia, si erano mostrate compiacenti e partecipative a realizzare una sorpresa  senza precedenti. La data fatidica si apprestava sempre di più e Federico riuscì a mettere insieme i pezzi di un grande puzzle e ad ottenere ciò che si era prefissato. Quella mattina di fine estate prese un giorno di ferie dal lavoro. Aveva bisogno di tempo. La gru sarebbe arrivata verso le 19.00, un’ora dopo di loro. Era ancora giorno a quell’ora ed il tramonto rappresentava una componente non poco rilevante. Al posto del burattinaio dispose un grande palcoscenico, tutto intorno  gazebo allestiti a buffet, camerieri abbigliati di bianco e fiori multicolori. Come sempre andò a prendere nonno Franco chiedendogli stavolta di vestirsi particolarmente bene. Non che le altre volte non lo facesse, ma per l’occasione, senza sapere dove lo portasse, si mise un completo blu notte molto elegante al punto tale da sembrare un principe azzurro avanti con l’età. Quel giorno appariva addirittura meno ricurvo e la felicità della sorpresa che lo attendeva aveva finito per renderlo persino più giovane. Quando arrivarono al Gianicolo Federico lo condusse dalla parte opposta rispetto a quella ove solevano trascorrere i loro incontri. Nonno Franco non capì che tutto quel trambusto era per lui, ma pensò di essere capitato nel bel mezzo di qualche manifestazione pubblica. Fu solo in un secondo momento che realizzò  il tutto e se ne commosse, abbracciando il nipote gonfio di gratitudine ed affetto. Al suo compleanno furono invitati i pochi amici rimasti in vita. A questi si aggiunsero parenti e conoscenti e persone che si trovavano lì per caso. Fu una grande festa, piena di regali da scartare, emozioni da vivere, cose da ricordare. In quell’occasione il cannone scandì le 19.00 e nonno Franco ne rimase molto colpito. Cosa preannunciava tale sparo? Inaspettatamente una grande gru si diresse al suo cospetto e un uomo di colore, alto e forzuto lo invitò a salire su di una pedana con le sbarre che aveva la sembianza di un piccolo balcone.  Solo in quel momento il festeggiato suppose cosa lo aspettasse. Tremante si lasciò condurre sempre più in alto, fino a raggiungere il suo eroe, sorretto dal nipote tra gli applausi, i fischi e le grida di gioia e stupore. Riuscirono a farlo sedere in sella al cavallo, proteggendolo con esagerata precauzione. Furono tanti a scattare  foto in quella occasione. Una in particolare lo ritraeva felice mentre con una mano cingeva la vita del condottiero e con  l’altra quella del nipote. Fu proprio questa immagine a volere come ricordo della sua trascorsa esistenza.




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28 maggio 2011

PREMIO LETTERARIO RACCONTO BONSAI

RACCONTO FINALISTA PUBBLICATO NEL TESTO: "SCRITTO E MANGIATO" -  RACCONTI DI VITA  E SAPORI

A CURA DI B. CORDES E A. TRIMARCO

EDITO DALLA CASA EDITRICE GIULIO PERRONE - PREZZO DI COPERTINA : 18 EURO

 

DI: LUCIANA GESUALDO

 

CALAMARI FRITTI ALLA VIGILIA DI NATALE

Ogni volta che il mio olfatto viene solleticato dal profumo di frittura di calamari, mi rivedo il giorno della vigilia di Natale intorno alla tavola imbandita, avvolta dall’affetto dei miei genitori, di mio fratello, mia sorella e di una delle persone più importanti della mia vita: mio nonno Mario, napoletano doc, che con la sua seconda moglie ci ospitava a condividere la santa festività, che di consueto prevedeva una cena a base di pesce. Da buon partenopeo l’ospitalità era di casa, l’ironia la faceva da padrona, le risate da cornice in un’atmosfera casereccia, calda come le pareti di quella abitazione riscaldata dai termosifoni a pieno regime e dai fornelli della cucina impegnati a cuocere le solite pietanze che ogni anno avevano un appuntamento fisso con il nostro palato. Sì, perché per tornare indietro nel tempo non serve solo ripercorrere a ritroso le immagini, le voci  i silenzi che dimorano nella nostra memoria. A volte basta una fotografia, un dejà – vu, una canzone, un sapore o un odore e l’effetto viaggio nel passato è presto garantito. Ebbene, considerato che la tradizione è pretenziosa in quanto “vuole” e non “vorrebbe”, ancora oggi per l’occasione e a distanza di anni i calamari fritti precedono la nascita del bambino Gesù e tutti dorati continuano a colorare i piatti bianchi dei servizi migliori, utilizzati solo per le occasioni speciali. Croccanti per i più piccini e un po’ meno cotti per i più avanti con l’età, vengono serviti sempre caldi, dopo essere stati qualche minuto a riposare in un’ insalatiera piena di carte assorbenti che risucchiano l’olio lasciando al gusto l’essenza del mare. Quand’anche si volesse, sfuggire dal ricordo è pressoché impossibile considerato che, oltre alle narici, ad essere invasi dall’odore del fritto di mare sono abiti e capelli, conditi a volte di lievi spruzzate di farina che nel corso dell’impasto svolazza qui e là depositandosi in ogni dove, persino nelle fessure più impensate del mobilio. Una farina dispettosa, senza la quale però i calamari non avrebbero lo stesso sapore e colore. Una polvere bianca che sposandosi con il pesce nel caloroso abbraccio dell’olio di girasole finisce per abbronzarsi, allietando i volti dei bambini che dinanzi a quelli che chiamano “anellini” non accennano a tanti capricci. I calamari piacciono, sono gustosi come le patatine fritte e se tagliati a cerchietti hanno la sembianza di  fedi nuziali che qualcuno arriva, per gioco, persino ad indossare e gli innamorati addirittura a mangiarne uno in due contemporaneamente, fino a toccarsi le labbra, per poi finire in un interminabile bacio che sa d’estate. Tutto questo un giorno penserà mio figlio quando da piccolo e giovane commensale diventerà sempre più adulto. Ricorderà i sapori, gli odori, l’armonia di momenti trascorsi a dilettarsi sotto la stretta protezione del cibo e degli affetti più cari. Ricorderà quando sedersi a tavola per ore era un lusso e non un fastidio o una pena da scontare; ricorderà quelle cene di Natale, quando tutti i posti a tavola erano occupati; ricorderà quando dopo aver mangiato il pesce gli veniva concesso un gustoso dolce al cioccolato quale premio per aver tentato di rispettare le regole di una corretta alimentazione; ricorderà che quando sarà solo o in altra compagnia il piatto della memoria non lo abbandonerà mai, sarà il suo bonsai da custodire gelosamente in quanto valore storico. E’  dalle radici che cresce un buon arbusto.




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4 marzo 2011

PREMIO GIURIA 2011

CONCORSO ARVU "POETI IN COMUNE" - SEZIONE RACCONTI

DI: LUCIANA GESUALDO

LA PANCHINA SUL LAGO

Erano trascorsi molti anni dall’ultima volta che si erano visti ed ora eccoli lì sulla panchina di un ospizio che affaccia sul lago, lo stesso lago che in gioventù fu testimone del loro amore, un amore puro, mai consumato, interrotto bruscamente dalla partenza di lui in guerra, dal tempo passato inesorabilmente, dal destino avverso. Seduti  a contemplare l’acqua dello stesso colore del cielo, ove i loro occhi si innalzavano spesso nostalgici in cerca di risposte, di aiuto, di rassicurazioni, Angelica e Simone ebbero difficoltà a riconoscersi, ma bastò che i loro sguardi si incrociassero un po’ più a lungo che una familiarità, arricchita da  dovizia di particolari,  li portò a sorridere l’uno all’altro, vergognati dal mutare del loro aspetto, impacciati sull’argomento da trattare, impauriti dallo scorrere degli anni, frustrati e tristi nel trovarsi soli in quel luogo che non rappresentava altro che la sala d’attesa per la grande chiamata senza ritorno.

Godevano di un paesaggio quieto, raccolto, silenzioso, proprio come il centro anziani che li ospitava, situato dalla parte opposta rispetto a quella dove si ergevano casette multicolori, uffici, negozi, traffico. Erano dall’altra parte rispetto alla mondanità, alla vitalità, alle corse frenetiche contro il tempo che essi avevano oramai consumato, del quale si erano nutriti ed al quale a loro volta avevano donato la giovinezza, il pegno da pagare per aver vissuto a lungo.

A ottant’anni ci si ritrova spesso a guardarsi alle spalle, a ciò che è stato e che non ritorna più, col timore di ciò che sarà, perché il copione è già scritto e il colpo di scena è rappresentato solo dalla modalità della fine di ognuno.

Fu bello e al contempo doloroso ricordare. Per entrambi viaggiare a ritroso con la mente  rappresentò motivo di divertimento, di commozione, ma anche di tanta malinconia e dispiacere, considerato l’epilogo del loro amore appena sbocciato ed estirpato prima ancora che crescesse. Piacque a tutti e due rimembrare quando erano due belle giovani anime impegnate a rincorrersi, dichiararsi attraverso missive, gesti galanti misurati, parole dolci e fantasticherie di ogni sorta che consentivano loro di sviluppare l’immaginazione e aumentare il desiderio di appartenersi. Per i loro tempi erano andati fin troppo avanti. Un giorno di fine estate proprio una panchina sul lago fu spettatrice della loro unione, quando con il cuore tremante si presero le mani sudate guardandosi dritti negli occhi, mentre le lacrime facevano capolino al solo pensiero che quello potesse essere il loro ultimo incontro. Simone doveva andare in guerra e forse non sarebbe più tornato. Questo timore fondato, dal momento che egli dopo una serie di peripezie non fece più ritorno se non quando fu troppo tardi per riprendersi la sua amata oramai sposa e madre, li portò ad osare, ad andare oltre  rispetto a quello che la loro epoca poteva consentire. Si baciarono a lungo, senza sosta, come per saziarsi con la speranza di un’ indigestione, per riempire il vuoto del poi, fondersi in una sola entità, vivere di quel momento per sempre. Fu in quella occasione che Simone le chiese di non dimenticarlo mai, di sperare nel suo ritorno, di promettergli amore eterno e lei di tutta risposta non riuscì nemmeno a proferire parola, tanto il dolore del distacco le impediva anche solo di respirare. Simone le chiese anche di poter portar via qualcosa di lei, qualcosa che avrebbe potuto abbattere la distanza spaziale che li avrebbe divisi e che lo avrebbe potuto incoraggiare nei momenti più bui. Fu così che Angelica, oltre a donare una sua foto, si fece tagliare una ciocca consistente di capelli, quei capelli neri lisci e setosi, profumati di lino che egli amava accarezzare  e che il giorno del loro addio baciò a più riprese, affondando le sue labbra di ciliegia sulla folta chioma della sua amata, la stessa chioma che oggi si mostrava ridimensionata e che aveva di certo cambiato colore.

Le lettere che si scambiarono divennero sempre più rare. Angelica scrisse le ultime dieci senza  ricevere risposta e con la morte nel cuore si rassegnò ad andare avanti all’idea di averlo perso. Furono momenti da cancellare, di dolore lancinante, di disperazione acuta, di solitudini, silenzi durati anni. Ad un certo punto la sua famiglia la spinse a rifarsi una vita facendole conoscere, se non dire imponendole, un giovane ricco borghese al quale ella riuscì a voler bene solo con il trascorrere del tempo, non fosse altro per l’abitudine ad averlo vicino e la gratitudine per il benessere materiale che le garantiva. Con lui ebbe anche un figlio e una figlia.

Quando tornò dalla guerra e seppe che si era sposata Simone si trasferì definitivamente altrove e tornò nella loro città  natale solo in vecchiaia. Non riuscì mai a rifarsi una vita. Godette della compagnia di alcune donne, ma non si innamorò mai di nessuna tanto era convinto che il sentimento  che aveva provato per Angelica potesse essere vissuto una volta sola.

Ella seppe molto tardi che il suo amato non era morto. Desiderò con tutto il cuore di incontrarlo, fremette al solo pensiero di stringerlo forte a sé, ma la sua condizione di vita, il suo essere sposata non le avrebbe consentito di rivivere il suo grande amore e lavorò su se stessa per allontanare la tentazione, per placare l’inquietudine, dedicandosi all’educazione dei figli. Giorno dopo giorno la sofferenza della perdita andò scemando, il lutto abitò la dimora del cuore ove non poteva accedere alcuno se non ella stessa. Il fatto che abitassero distanti  fu un buon antidoto contro il desiderio irrefrenabile di vederlo, di conoscere le motivazioni che lo spinsero a non rispondere alle sue ultime lettere, del perché fosse sparito nel nulla.


Simone ricevette tutte le lettere, ma non gli consentirono mai di rispondere in quanto la posta in uscita venne interrotta. Fu fatto prigioniero e passò un lungo periodo in ospedale a causa di una ferita da arma da fuoco al petto. Credette di non farcela, ma l’unica ragione della sua vita gli permise la guarigione. Guardò e riguardò la foto della sua adorata, lesse e rilesse la corrispondenza ricevuta fino ad impararla a memoria, immaginando, sognando, sorridendo, piangendo dal dispiacere dell’assenza, sperando di rivederla, riviverla, sposarla.

Dopo tutti questi anni tale ardore si era assopito, l’età  aveva fatto il suo corso e ciò che restava vivo era il ricordo di quello che era stato, l’idea di come sarebbe potuta essere la loro vita “se” le cose fossero andate diversamente. Ma oramai nulla aveva più senso, era di sicuro troppo tardi.

Simone dopo una lunga serie di silenzi portò la mano alla tasca del soprabito scuro che indossava, aprì il portafogli e ne trasse la foto di Angelica. Gliela mostrò ed ella non riuscì a trattenere il pianto. Ricordare era stato un modo per rivivere e rispolverare il passato aveva fatto riemergere in entrambi un’emozione forte che credevano non poter provare più alla loro età.

Nella plastica che custodiva la sua immagine di un tempo, giovane e bella, Angelica scorse anche la ciocca dei suoi capelli. Un nodo le strinse la gola quando si accorse che erano rimasti neri, non erano invecchiati, facevano parte della lei di un tempo, si erano fermati al momento del loro amore. Quei capelli rappresentavano l’immortalità di un sentimento reciso di netto, ma vivo nella memoria e nel cuore. Volle accarezzarli, annusarli per respirare a pieni polmoni quei momenti di felicità e Simone la guardò con lo sguardo di chi era compiaciuto nel constatare che, nonostante tutto, il fatto di trovarsi ancora vicini a parlare di loro due significasse che non si erano mai detti addio.




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27 febbraio 2011

DOVE SONO I COLORI

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1 novembre 2010

SOLO PER TE

www.youtube.com/watch




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1 novembre 2010

SOLO TRE MINUTI

www.youtube.com/watch




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1 novembre 2010

LA MIA STORIA CON TE

www.youtube.com/watch




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28 ottobre 2010

PER GLI AMANTI DELLA LETTURA

GENTILI BLOGGER,

SONO LIETA DI ANNUCIARVI CHE A BREVE SI SVOLGERA' LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI RACCONTI " IL MARE ALTROVE", SCRITTO DALLA MIA COLLEGA E AMICA RAFFAELLA BRIGNETTI, EDITO DALLA CASA EDITRICE TERRE SOMMERSE.

QUALORA AVESTE IL DESIDERIO DI ACQUISTARLO POTETE CLICCARE DI SEGUITO: http://www.terresommerse.it/schede%20edit/edit-sch-brignetti1.htm

SCHEDA DEL LIBRO:

AUTRICE: RAFFAELLA BRIGNETTI

TITOLO DEL LIBRO: IL MARE ALTROVE

PREFAZIONE DI: LUCIANA GESUALDO

NOTA CRITICA DI: NICCOLO' CAROSI

CASA EDITRICE: TERRE SOMMERSE

PREZZO DI COPERTINA: 15 EURO

"UN RACCONTO FORSE SI CONSUMA PRESTO, MA PER QUESTO CONSENTE DI ESSERE GUSTATO APPIENO, SENZA PERDERE IL FILO DEL DISCORSO O INTERROMPERE UN' EMOZIONE......."

LUCIANA

 




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5 agosto 2010

PAUL VERLAINE

"Noi Saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta
che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?
Nell'amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera.
Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,
non ha molta importanza.
Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.
Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.
Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l'anima infantile di quelli che si amano in modo puro, vero?"




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1 agosto 2010

AGLI AMANTI DELLA POESIA

CARI LETTORI, SONO LIETA DI ANNUNCIARVI CHE IL PROSSIMO MESE USCIRA’ IL LIBRO DEL MIO AMICO ANGELO MARTINO DAL TITOLO “IL DOLORE NON E’ MAI NELLE PAROLE”, EDITO DALLA CASA EDITRICE LA RIFLESSIONE, ZEDDA EDITORE.

VI INVITO QUINDI A PRENOTARNE UNA COPIA ALL’INDIRIZZO E- MAIL: ordini@lariflessione.com.

SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: IL DOLORE NON E’ MAI NELLE PAROLE

AUTORE: ANGELO MARTINO

PREFAZIONI DI :

- LUCIANA GESUALDO (GIORNALISTA E AUTRICE DEL LIBRO  “VORREI ESSERE LUCE” EDITO DALLA CASA EDITRICE “TERRE SOMMERSE”)  

- DANILO CRETARA  ( GIORNALISTA RAI)

 CASA EDITRICE: LA RIFLESSIONE – DAVIDE ZEDDA EDITORE - http://www.lariflessione.com

PREZZO DI COPERTINA: 12 EURO




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24 giugno 2010

LA METAFORA DEL RIENTRO

“Dopo che gli occhi si erano abituati a spazi infiniti, alla profondità dell’oceano ed all’immensità del cielo, dopo che erano stati abbagliati dalla luce del sole, illuminati da quella della luna e delle stelle era un po’ difficile tenerli all’oscuro di tante bellezze, costringerli dietro un vetro ad osservare palazzi e strade da asfaltare, chiusi nel loro angolo insignificante di mondo, stanchi della stessa visuale che scadenza la quotidianità di giorni che si ripetono uguali, monotoni , di giorni stretti addosso come un abito cucito su misura che non lascia spazio alle forme.”

Luciana Gesualdo

 




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23 aprile 2010

UNA POESIA ANCHE PER TE

www.youtube.com/watch




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